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Tecnologia e salute sono sempre più legate; i progressi della prima incidono pesantemente su quelli della seconda.

Uno dei trend del momento in fatto di high tech di consumo è rappresentato senza dubbio dalla tecnologia wearable, ovvero l’insieme quei dispositivi elettronici indossabili (dispositivi wearable) che integrano diverse funzioni, tra cui spesso la connettività alla rete.

Il giro d’affari nel solo settore medico ha superato i 5 miliardi di dollari nel 2015, con la prospettiva di avvicinare i 19 nel 2020. Un’indagine condotta da Kantar Wordpanel sui principali mercati europei (Italia, Germania, Francia e Gran Bretagna) ha stabilito come a fine 2016 quasi il 10% degli utenti disponesse di un prodotto di questo comparto di mercato.

Esempi sono gli occhiali per la realtà aumentata, i popolari smart watch e gli ancor più diffusi braccialetti da indossare durante l’attività fisica (smart band o fitness tracker). Questi ultimi sono delle “idee regalo” particolarmente interessanti, in quanto hanno la capacità di monitorare, oltre ai passi e metri percorsi e le calorie bruciate, l’andamento del sonno e di alcuni parametri vitali come la frequenza cardiaca.

Sarebbe pertanto interessante poter espandere l’uso di strumenti di questa tipologia, implementandoli al fine di favorirne un impiego propriamente medico.

Non si pensi dunque solo all’ambito privato: l’Istituto Superiore di Sanità ha manifestato il proprio interesse verso lo sviluppo di questi dispositivi. Vediamo quali possono essere i loro impieghi.

Tecnologia e salute: alcune applicazioni

L’opzione più immediata consiste nell’implementare i dati biologici indagabili con questi strumenti: glucosio, pressione arteriosa, parametri respiratori. Ciò può essere utile nella prevenzione di alcune fra le malattie a più elevato impatto sociosanitario: affezioni cardiovascolari e cerebrovascolari, iperglicemia e diabete, persino alcune patologie cancerose. In ambito oncologico, in Giappone è in corso di sviluppo una “pelle bionica” (e-skin) che nell’intento degli sperimentatori servirebbe a potenziare le capacità sensoriali dei clinici nel riconoscimento delle variazioni di densità proprie di alcuni noduli tumorali.

Rimanendo sulla pelle, gli ingegneri della North Carolina State University hanno sviluppato un sensore in grado di percepire le proprietà elettriche della cute e, da queste, ricavarne lo stato di idratazione. Ciò sarebbe utile per diversi pazienti che si trovano sistematicamente esposti al rischio di disidratazione (militari e vigili del fuoco, atleti, anziani). Un fronte di studio aperto è poi quello della termografia, utilizzabile nell’indagare condizioni flogistiche e vascolari in generale, neurologiche e ancora una volta oncologiche (mammella).

Dispositivi wearable e impatto sulla telemedicina

Da quanto sopra esposto pare evidente il potenziale di questi dispositivi nella telemedicina, ovvero il monitoraggio del paziente in ambiente domestico, metodica che viene attualmente impiegata in contesti molto specialistici, su pazienti selezionati e con sistemi molto costosi (si pensi ai loop recorder nella clinica delle aritmie). Ciò rientra in un’ottica evolutiva che legittimamente riserva sempre di più l’ambiente ospedaliero alla gestione delle problematiche più gravi, da affrontare peraltro in tempi di degenza sempre più controllati.

Ecco allora che si può pensare a indumenti con accelerometro integrato, in grado di rilevare la caduta dell’anziano e segnalarla al centro di riferimento, o di sensori di movimento, da impiegare nella riabilitazione domiciliare dei pazienti colpiti da ictus. In generale, i sensori cinematici sono sottili e facilmente indossabili. Sul mercato (e anche nella letteratura scientifica) si trovano già oggi prodotti come il sistema IDEEA®, un recorder in grado di rilevare milioni di dati posturali e di movimento.

Oltre che a casa, questi dispositivi wearable possono risultare utili sul posto di lavoro. Ne possono giovare tanto le aziende, che, in generale, possono incoraggiare i propri dipendenti ad adottare o mantenere uno stile di vita sano e, in alcuni casi, hanno la possibilità di monitorare le condizioni dei propri lavoratori (si pensi ad esempio ai livelli di sonno negli autisti e autotrasportatori), quanto il sistema previdenziale pubblico (medicina del lavoro).

Un ultimo campo di sviluppo da considerare è quello della ricerca biomedica. È attualmente in corso a livello europeo un programma denominato RADAR-CNS (Remote Assessment of Disease And Relapse – Central Nervous System) che ha come obiettivo il monitoraggio clinico, mediante l’impiego di dispositivi indossabili, di pazienti affetti da patologie psichiatriche e neurologiche (depressione, epilessia, sclerosi multipla) durante la normale vita quotidiana.

Da ultimo si ricordi il progetto MD2K (Mobile Sensor Data to Knowledge), sovvenzionato con più 10 milioni di dollari dal National Institutes of Health degli Stati Uniti, che si utilizza i device indossabili nel contesto della prevenzione cardiologica (e nello specifico dell’insufficienza cardiaca congestizia) e – ambito questo forse ancora più interessante – nella gestione della dipendenza dal tabacco. I ricercatori, raccogliendo dati relativi allo stress e ai movimenti del braccio nell’atto del fumare, intendono indagare i fattori che inducono chi ha smesso a tornare sui propri passi.

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