La pubblicità sanitaria ha finalmente trovato una sua maggior regolamentazione grazie all’emendamento del 2019. Vediamo come è cambiata la regolamentazione e come comunicare al meglio in medicina.

Parlare di medicina e sanità non è mai stato facile. Lo sa bene chi è del mestiere! Le cose si complicano ulteriormente quando ci si mettono in mezzo la pubblicità e il marketing. Ecco che improvvisamente trattamenti e cure si trasformano in occasioni imperdibili, super offerte lampo stile “Prendi 2 paghi 1!”

Ma si può ragionare in questo modo, quando si parla della salute delle persone?

Naturalmente la risposta è no e ci sentiamo di dire “meno male”!  Se invece vi siete detti “ma sì, cosa c’è di male, la pubblicità è pubblicità!” è davvero il caso che arriviate in fondo a questo articolo. Dallo scorso anno c’è anche una normativa che lo spiega nero su bianco.

È stato infatti approvato a inizio dicembre un emendamento dalla Commissione Bilancio della Camera che affronta il delicato tema della pubblicità in ambito sanitario. Avete presente quegli slogan pubblicitari che vi promettono di rimettervi a nuovo – anzi, meglio – in tempi record e per pochi euro? Ovviamente garantendo il massimo della professionalità e la miglior qualità possibile? Ecco, da adesso non si potranno più fare.

Pubblicità in ambito medico sanitario: l’emendamento

Il problema era stato sollevato negli scorsi mesi, soprattutto in seguito agli scandali legati alle grandi catene e ad alcune campagne pubblicitarie in campo odontoiatrico, ma non solo. Con le promozioni messe in atto stavano avendo 3 effetti principali:

  • svilivano la professionalità medica commercializzandola eccessivamente
  • davano immagini, idee e aspettative, difficilmente mantenibili all’atto della terapia.
  • stavano rivolgendosi molte persone a questi modelli di cura, con il solo scopo di risparmiare, senza percepire realmente le terapie che sarebbero state svolte.

Si è quindi iniziato a parlare di come regolamentare le pubblicità sanitarie senza però bloccare la possibilità comunicativa. E alla fine, dopo lunghe attese e varie discussioni, si è giunti alla stesura di un testo che vieta categoricamente l’uso di “qualsiasi elemento di carattere promozionale o suggestionale”, in favore di una libera comunicazione che miri a informare i pazienti, e non a persuaderli, fornendo loro gli elementi di base per valutare il professionista che si trovano davanti.

Insomma, meno marketing e più informazione!

Pubblicità sanitaria: ma di chi è la responsabilità?

Il testo specifica anche di chi sia la responsabilità di questa “corretta comunicazione”: del Direttore Sanitario, che dovrà verificare che i contenuti indirizzati ai pazienti siano aderenti alla normativa, pena sanzioni e segnalazione all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGICOM).

Pubblicità sanitaria: che cosa si può fare?

Detto questo, cosa può fare uno studio medico per darsi visibilità senza correre dei rischi? La risposta è semplice (e sempre la stessa): comunicare con i propri pazienti! Spiegare, proprio come si farebbe di persona, perché la prevenzione è importante, perché bisogna fare visite regolari, quali rischi si corrono se non ci si prende cura della propria salute, e a quali segnali fare più attenzione. Raccontare se stessi, inoltre, è il primo passo verso il successo: cosa vi rende unici? Che specializzazioni avete? Il vostro studio è dotato di strumenti particolari, utili nella cura di alcune patologie? Avete una sala per i bambini? O siete ben organizzati per accogliere le persone più anziane?

Mettete insieme tutti questi pezzi e vi accorgerete da soli che non esiste pubblicità migliore!

Insomma, come ripetiamo sempre, non si deve mai dimenticare la differenza tra “cliente” e “paziente”! E come nel lavoro di tutti i giorni, anche nella comunicazione la medicina deve sempre rispettare la sua prima regola: il bene dei pazienti viene sempre al primo posto!

Quando si parla di salute bisogna essere capaci di percepire i bisogni del proprio pubblico e comunicare a questo concetti di suo interesse, non cercare di creare nuovi bisogni.

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